Amalia Mirante

Amalia Mirante

Dottoressa in Economia, Docente di economia politica, etica economica e storia del pensiero economico alla SUPSI e all’USI

Le piccole medie imprese sono l’ossatura del nostro tessuto economico, sociale e culturale. La recente pandemia ha messo a dura prova la loro capacità di sopravvivere in queste circostanze; tuttavia, la maggior parte delle nostre aziende ha dato e sta dando il meglio di sé.

Fare impresa non è cosa da tutti; fare “piccola impresa” è cosa ancora più difficile. Perché il successo, in questo caso, non dipende solo dal prodotto; anzi, è quasi come se il prodotto diventasse il valore aggiunto, la condizione necessaria, ma non sufficiente. Il cuore delle piccole imprese batte perché batte il cuore dell’imprenditore. La conoscenza e il rispetto del territorio in cui si opera, i valori umani, l’attenzione per i collaboratori e le collaboratrici, fanno sì che l’impresa diventi una piccola comunità che contribuisce allo sviluppo e alla crescita del Paese sentendosi parte integrante. 

L’obiettivo per l’imprenditore non è il profitto; l’obiettivo per l’imprenditore è la sopravvivenza della sua impresa e l’occupazione dei propri dipendenti, che magari da lunghi anni hanno dimostrato dedizione all’impresa. Il profitto serve a poter giustamente remunerare i propri collaboratori e investire in miglioramenti produttivi che garantiscano all’azienda di essere sempre al passo con i tempi, se non addirittura di precederli.

L’impresa diventa una famiglia allargata e la preoccupazione di ogni imprenditore è quella di tutelare il buon nome dell’azienda e dei suoi collaboratori. Non si vuole aumentare il profitto a fine anno per pagare dividendi più alti; bensì si vuole aumentare il profitto per rendere più solida l’impresa e per garantirne la crescita futura.

Non sentirete mai un piccolo o medio imprenditore gioire della riduzione dei costi fatta con dei licenziamenti; non sentirete mai un imprenditore rallegrarsi del fallimento di un concorrente; non vedrete mai un imprenditore non tener fede alla stretta di mano data per siglare un accordo.

Vi pare un’immagine troppo romanzesca? Se così fosse pensate alle persone che conoscete che fanno impresa e pensate alle ultime vostre conversazioni. Probabilmente vi hanno parlato dei tempi duri che stanno affrontando, ma si sono dichiarati fiduciosi per il futuro. Probabilmente vi hanno detto che nonostante le difficoltà, il loro apprendista ha ultimato il percorso di formazione e seppur a fatica, lo terranno in azienda. Probabilmente vi hanno detto di mandare vostro figlio a fare uno stage da loro.

Ecco, questo è il tessuto sano micro-imprenditoriale di un Cantone come il nostro. Questo è il mondo imprenditoriale che ci ha portati a raggiungere il livello di benessere che conosciamo. È innegabile che l’apertura porti con sé esempi che nulla hanno a che vedere con le nostre tradizioni e la nostra cultura aziendale; e anche se la concorrenza è spietata non possiamo arrenderci a modelli che non ci appartengono e che progressivamente distruggono il nostro tessuto sociale. Certo gli imprenditori possono fare tanto, ma è questo il momento in cui lo Stato deve intervenire per proteggere la nostra impresa sana.

 

 

 

 

Il contributo apparirà nella rivista nr. 10 zona Lugano e Basso Ceresio (2° Edizione) – pubblicazione settembre 2020

 

 

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