Marco Chiesa

Marco Chiesa

Presidente nazionale UDC

Dal 22 agosto scorso, la vita di Marco Chiesa è cambiata in tutto e per tutto. Eletto Presidente nazionale dell’UDC – primo partito a livello svizzero –, il ticinese ha dovuto adeguare ogni aspetto della sua quotidianità. Con il Consigliere agli Stati abbiamo parlato della nuova carica politica, della pandemia e le sue restrizioni e molto altro ancora.

Primo presidente ticinese. Che emozione è stata per lei, e che sfida rappresenta?

“Senza dubbio è stata una grande emozione, per me e per tutta la mia famiglia. Se solo penso al 2001, all’inizio del mio impegno politico nel Consiglio comunale di Villa Luganese, mi vengono le vertigini. La passione è sempre quella di vent’anni fa, le pressioni personali e sfide politiche però sono cresciute a dismisura”.

Una carica, la sua, non priva di responsabilità e impegni. Deve essere presente dappertutto senza distinzioni. Non sempre è così facile…

“Altri presidenti ritengono che in politica il nostro compito sia in assoluto il più bello. Certo, non mi è sfuggito che lo affermano solo quando stanno per lasciare l’incarico (ride ndr). Oggettivamente il ruolo di presidente ti confronta con tutte le realtà della Svizzera, il che significa avere a che fare con diverse sensibilità, diverse lingue, diversi accenti e diverse problematiche. Tutto questo ti permette di crescere come persona ma ti sottrae tantissime energie. Noi ticinesi, malgrado rappresentiamo una minoranza linguistica e culturale nel nostro Paese, siamo tuttavia un buon punto di incontro per la Svizzera intera. 

Penso che la mia qualità caratteriale migliore sia proprio quella di essere pronto ad ascoltare, comprendere e costituire un ponte tra le differenti realtà. Una carica che indistintamente mi riempie di orgoglio e motivazione per portare avanti i nostri progetti”.

Ha scelto di continuare a lavorare. Come suddivide la sua giornata?

“Ho sempre fatto parte di legislativi dove vige evidentemente la milizia. Sono fiero del nostro sistema politico perché mi ha sempre permesso di mantenere i piedi per terra. So di avere un contratto a tempo determinato con la popolazione. È giusto così. Certo, sono convinto che qualsiasi padre di famiglia ha il dovere di preoccuparsi per il futuro della sua famiglia, è una forma di responsabilità individuale che tutti noi dobbiamo assumerci. Per questo motivo, dopo quindici anni di lavoro nell’ambito sociosanitario, ho fondato con due persone che stimo e che conosco bene, una piccola fiduciaria a Lugano. Il fatto di avere l’abitudine a spaziare su diversi fronti, a prendere decisioni e a relazionarmi con le persone è senz’altro un vantaggio per gestire le mie giornate, questo non significa tuttavia che siano sempre rose e fiori ma non sono certo l’unico a dover gestire situazioni complesse. Pensi a tutti gli imprenditori, ogni giorno devono guadagnarsi la loro vita”.

Politica sì, ma la sua famiglia è in Ticino. Quanto conta sapersi ritagliare degli attimi propri?

“È fondamentale. I miei figli stanno entrando nella fase dell’adolescenza. Sono consapevoli delle mie responsabilità ma questo non mi esenta dall’essere papà. Perciò organizzo le mie attività cercando di farli partecipare a ciò che faccio. In effetti ripetono sempre, con una punta di orgoglio, che loro hanno già visitato tutti i Cantoni della Svizzera. Se tutto funziona però è grazie a mia moglie che nei periodi di assenza svolge un ruolo fondamentale”.

L’UDC ha sempre sostenuto che bisogna riaprire. I danni all’economia sono ormai incalcolabili. Ci ribadisce perché la strategia di Berna non è adeguata a vostro avviso?

“Quando si parla di economia, mettendola in contrapposizione alla salute, si ha il riflesso di subordinare tutti i ragionamenti all’ambito sanitario. Personalmente non ho dubbi che la salute pubblica abbia la priorità ma non si può dimenticare che economia significa posti di lavoro, apprendistati, crescita personale e umana, prospettive future per le famiglie ed equilibrio psicofisico.

Secondo le ultime ricerche universitarie già il 20% della popolazione soffre di disturbi depressivi. Penso che questi fattori sono stati e siano tutt’ora decisamente sottostimati. Per questo motivo abbiamo sempre fatto pressione affinché le riaperture fossero il più possibile rapide sebbene sempre accompagnate da rigorosi e chiari concetti di sicurezza e protezione”.

Se lei fosse imprenditore, in questo momento, sarebbe più scoraggiato per il difficile periodo attuale o fiducioso in una ripartenza – sprint?

“Un imprenditore per sua natura deve essere un inguaribile ottimista. Un imprenditore, che tutti i giorni è costretto a mettersi in gioco, è cosciente che alla fine mese la sua busta paga non è garantita e solo grazie alle sue capacità, al suo impegno e alla sua motivazione sarà ripagato con i frutti del suo lavoro.

Per questo motivo ho grande rispetto per questa categoria e sono fiducioso che il nostro tessuto imprenditoriale saprà riprendersi anche da questa desolante pandemia. Il mio compito come politico è quello di creare le condizioni quadro migliori affinché questo avvenga il più velocemente possibile”.

 

Il contributo è apparso nella rivista nr. 18 – zona 4 – (2° edizione)  Basso Luganese e Collina d’Oro – pubblicazione 2021

 

 

Facebook
LinkedIn